When photography becomes a craving.
Something clicks inside you. For some it happens sooner or later, for many it never does. It’s the exact moment photography stops being a hobby and becomes a craving. A necessity. A relentless thirst that can’t be slaked. The more you feed it, the hungrier you get.
And I’m not talking about gear. Photography goes way beyond camera bodies, lenses, and accessories. I’m talking about what happens behind a shot, and what happens after you bring a fragment of time to life on paper. Sometimes, a single frame turns into something massive.
The talk before the click, the vulnerability exposed on both sides of the lens. The moments right after, when a person looks at a raw, unedited file on a crappy, low-res screen and reacts in a way only a select few are ever privileged to witness.
The reactions are endless, and totally different every single time. And when it hits, their energy crashes into you like light hitting film. Some smile, some break down, some pour their hearts out about grief or illness. Some open up their entire world to you—you find yourself in cramped artisan workshops, rooms packed with books or paintings, absorbing an incredible experience. Some share failures and milestones, some introduce you to their families, some just stay there for hours where the photo was taken, talking and listening.
Photography has this raw power to pull people together, sparking connections that turn into lifelong friendships. It’s so much more than a camera and a lens. Way more than a shutter click, way more than a digital file.
It’s humanity, dialogue, raw vulnerability, curiosity, understanding, empathy. Empathy is everything. On my end and theirs. Not everyone has it, but luckily, I’ve found plenty of it. And that’s where my own vulnerability comes out. I’ve trembled. I’ve had to stop because my hands were shaking too hard. I’ve wept. I’ve been human.
This whole thing obsesses me. I crave it, I need it. Because behind a shot there are stories, blood, entire worlds that enrich you humanly and culturally. And I haven’t even told you about delivering the prints yet.
When this thirst became uncontrollable, something abstract began to take shape. It had no name, no direction. It was the birth of Senza Fissa Esposizione.
Cuando la fotografía se convierte en necesidad.
Algo ti fa click dentro. A algunos les llega antes o después, a muchos no les llega nunca. Es el momento en que la fotografía deja de ser una pasión y se convierte en una necesidad. Una exigencia. Una sed constante che no se apaga. Cuanto más tienes, más quieres.
Y no hablo de equipo. La fotografía va mucho más allá de cuerpos de cámara, objetivos y accesorios. Hablo de lo que hay detrás de un disparo, y de lo que pasa después de parir un fragmento de tiempo sobre papel. A veces, una foto si transforma en algo tremendo.
La charla antes del click, la vulnerabilidad expuesta por ambas partes. Los momentos justo después, cuando la persona mira un simple archivo raw en una pantalla de mierda y reacciona de una manera reservada a muy pocos privilegiados.
Las reacciones son infinitas, cada vez completamente distintas. Y cuando pasa, la energía de esa gente te arrolla como la luz a la película. Hay quien sonríe, quien se conmueve, quien se confiesa y te cuenta un luto o una enfermedad. Algunos te abren su mundo: te encuentras en talleres artesanales, en habitaciones llenas de libros o de cuadros, viviendo una experiencia increíble. Hay quien comparte fracasos y logros, quien te presenta a su familia, quien se queda horas en el lugar del disparo hablando y escuchando.
La fotografía tiene un poder brutal para atraer conexiones que a veces se convierten en amistades de años. Es mucho más que un cuerpo y una óptica, mucho más que pulsar el obturador, mucho más que un archivo.
Hay humanidad, diálogo, intercambio, vulnerabilidad, curiosidad, empatía. La empatía lo es todo. Por mi parte y por la del sujeto. No todo el mundo la tiene, pero por suerte me he cruzado con mucha empatía y comprensión. Ahí es donde sale mi propia vulnerabilidad. Me ha pasado tener que parar porque las manos me temblaban demasiado. Me ha pasado conmoverme. Me ha pasado ser humano.
Todo esto me obsesiona. Tengo sed de esto, lo necesito. Porque detrás de una foto hay historias, carne, mundos enteros que te rompen y te enriquecen. Y aún no os he hablado de lo que pasa cuando entrego las copias impresas.
Cuando esta sed se volvió implacable, algo abstracto empezó a tomar vida. No tenía nombre, no tenía dirección. Era el origen de Senza Fissa Esposizione.
Quando la fotografia diventa una necessità.
È qualcosa che ti scatta dentro. Per alcuni arriva prima o poi, per molti mai. È il momento in cui fotografare smette di essere una passione e diventa un’esigenza. Una necessità. Una sete continua che non si placa. Più ne hai, più ne vuoi.
E non parlo di attrezzatura. La fotografia va ben oltre i corpi macchina, le ottiche, gli accessori. Parlo di quello che c’è dietro uno scatto, e di quello che succede dopo aver impresso un frammento di tempo sulla carta. A volte, un’immagine si trasforma in qualcosa di enorme.
Le chiacchiere prima di premere l’otturatore, la vulnerabilità esposta da entrambi i lati della lente. I momenti subito dopo, quando mostri un raw crudo su un display dalla qualità infima e la persona davanti a te reagisce in un modo che è concesso solo a pochi privilegiati vedere.
Ogni persona reagisce a modo suo, ogni volta è diverso. E quando succede, quell’energia ti investe come luce sulla pellicola. C’è chi sorride, chi si commuove, chi si confida e ti sbatte in faccia un lutto o una malattia. Altri ti aprono il loro mondo: ti ritrovi in botteghe artigianali, stanze piene di libri o di quadri, a raccogliere un’esperienza assurda. C’è chi condivide fallimenti e traguardi, chi ti presenta la famiglia, chi rimane ore sul posto a parlare e ad ascoltare.
La fotografia ha il potere bastardo e bellissimo di attrarre connessioni che poi diventano amicizie destinate a durare anni. È molto più di un corpo macchina e di un obiettivo. Molto più di un click, molto più di un file.
C’è umanità, dialogo, condivisione, vulnerabilità, curiosità, empatia. L’empatia è tutto. Da parte mia e da parte del soggetto. Non tutti ce l’hanno, ma per fortuna ho incontrato persone capaci di capire. È qui che esce anche la mia, di vulnerabilità. Mi è capitato di tremare, di dovermi fermare perché le mani non ne volevano sapere di stare ferme. Mi è capitato di commuovermi. Mi è capitato di essere umano.
Tutto questo mi ossessiona. Ne ho sete, ne ho bisogno. Perché dietro uno scatto ci sono storie, carne, interi mondi che ti devastano e ti arricchiscono. E non vi ho ancora parlato di cosa succede quando consegno le stampe.
Quando questa sete è diventata implacabile, ha iniziato a prendere vita qualcosa. All’inizio era una forma astratta, senza un nome, senza una direzione. Era l’inizio di Senza Fissa Esposizione.

